Solo il 21% delle ricerche attiva gli AI Overviews di Google, ma il trend è in crescita
Quando è l’AI a scegliere i brand: come cambia la scoperta dei prodotti nell’era degli answer engine
9 Luglio 2026
Fino a pochi anni fa, la scoperta di un brand seguiva percorsi abbastanza lineari: una ricerca su Google, qualche confronto tra siti, magari una recensione letta prima dell’acquisto.
Oggi quella sequenza si sta accorciando drasticamente e soprattutto sta cambiando natura, sempre più spesso non siamo più noi a scegliere tra più opzioni, ma è un sistema di intelligenza artificiale a selezionarle per noi.
Strumenti come ChatGPT, Perplexity e Gemini non restituiscono un elenco di risultati tra cui scegliere, ma formulano direttamente una risposta, spesso con una raccomandazione. E sempre più spesso, quella risposta è il punto di arrivo della ricerca, non il punto di partenza.
I numeri raccontano una transizione rapida: nel 2023 il 25% dei consumatori usava strumenti di AI per trovare prodotti o servizi.

Alla fine del 2025 quella percentuale aveva superato il 58%. Non si tratta di un fenomeno di nicchia, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui le persone si informano prima di acquistare.
Come gli answer engine valutano i brand
A differenza dei motori di ricerca tradizionali, che restituiscono pagine in base alla rilevanza delle parole chiave, gli answer engine aggregano informazioni da fonti multiple e le sintetizzano in una risposta. In questo processo, la credibilità di un brand viene valutata attraverso segnali concreti: il volume e la frequenza delle recensioni, la coerenza delle informazioni disponibili online, la presenza su piattaforme considerate affidabili dagli algoritmi.
Un brand con poche recensioni, o con informazioni datate e frammentate, tende semplicemente a non comparire. Non viene penalizzato, ma ignorato. E in un ecosistema in cui la risposta dell’AI coincide sempre più con la scelta finale, essere assenti equivale a non esistere.
Non si tratta di una penalizzazione esplicita, ma di un’assenza.
L’algoritmo non trova materiale sufficiente per includere quel determinato brand nella risposta. In questo senso, i contenuti generati dagli utenti e le recensioni in particolare, sono diventati una forma di dato strutturato che gli strumenti di AI leggono e interpretano per stabilire la rilevanza di un’azienda.
Il problema della fiducia
Sullo sfondo di questa trasformazione c’è un problema che precede l’AI ovvero il divario tra la percezione che le aziende hanno della propria reputazione e quella reale dei consumatori.
Secondo una ricerca di PwC, il 93% dei dirigenti ritiene che i propri clienti si fidino del proprio brand, ma solo il 30% dei consumatori conferma questa percezione.

Nell’era degli answer engine, questo gap non è più solo un problema reputazionale, ma ha conseguenze dirette sulla visibilità. Gli algoritmi non si fidano delle autodichiarazioni aziendali, ma cercano conferme esterne, verificabili e aggiornate.
Con l’evoluzione verso l’agentic commerce, la capacità degli agenti AI di compiere azioni d’acquisto in autonomia per conto degli utenti, la reputazione online di un brand potrebbe incidere direttamente su quante transazioni vengono effettivamente completate.
Rilevanza, reputazione, recentezza
Per i team marketing, questo scenario impone una revisione delle priorità.
L’ottimizzazione per keyword rimane utile, ma non è più il fattore decisivo. Gli answer engine non cercano contenuti, cercano segnali affidabili. Premiano i brand capaci di rispondere in modo rilevante alle domande reali degli utenti, con una presenza verificabile su piattaforme terze e una base informativa coerente.
Allo stesso tempo, privilegiano contenuti aggiornati: un brand che non genera nuove recensioni o non mantiene attive le proprie informazioni rischia di diventare progressivamente meno visibile, anche a fronte di una reputazione costruita nel tempo.
La frequenza di aggiornamento dei contenuti è un altro fattore spesso sottovalutato. Gli strumenti di AI tendono a preferire informazioni recenti, il che significa che un brand che non genera nuove recensioni o non aggiorna le proprie pagine rischia di essere progressivamente marginalizzato nelle risposte, anche se in passato aveva costruito una reputazione solida.
La trasformazione in atto non riguarda solo i canali di comunicazione, ma il modo in cui la reputazione viene costruita e misurata. In un contesto in cui è sempre più spesso un algoritmo a operare la prima selezione tra i brand disponibili, la credibilità percepita dagli strumenti di AI diventa parte integrante della strategia aziendale.
Le recensioni dei clienti, la coerenza delle informazioni e la capacità di mantenere una presenza aggiornata e verificabile sono oggi fattori che incidono direttamente sulla probabilità che un brand venga citato e raccomandato e, di conseguenza, sulle sue opportunità di mercato.
Nei prossimi anni, con la diffusione degli agenti AI capaci di prendere decisioni e completare acquisti in autonomia, questo processo è destinato a diventare ancora più radicale: la scelta del brand sarà sempre meno un momento consapevole per l’utente e sempre più una conseguenza di come quel brand viene interpretato dagli algoritmi.
La vera sfida per le aziende non sarà solo essere trovate, ma essere considerate affidabili da sistemi che non leggono le intenzioni, ma i dati.
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