Gli insegnamenti chiave di visione e leadership di Simone Dominici, CEO di Kiko Milano
Le scelte coraggiose, i mentori e le sfide che hanno definito la leadership di Andrea Guanci, CMO di MSC Crociere
17 Dicembre 2025
Andrea Guanci è oggi uno dei CMO più conosciuti del panorama italiano, grazie a un percorso costruito con coraggio, curiosità e una forte capacità di imparare velocemente.
Il suo stile di marketing nasce da un mix unico di energia, metodo e attenzione alle persone, insieme alla volontà di mettersi costantemente in gioco.
Nel suo cammino ci sono salti professionali compiuti prima di sentirsi davvero pronto, mentori che hanno scommesso su di lui, progetti innovativi che non hanno funzionato e altri che hanno cambiato il suo modo di vedere il marketing. In questa intervista ripercorriamo le decisioni più importanti e gli insegnamenti che guidano oggi la sua leadership.
Qual è stata la scelta che ha cambiato davvero il tuo percorso?
La prima grande decisione è stata non seguire la strada più ovvia. Con studi in ragioneria ed Economia e Commercio e persino l’abilitazione da commercialista, tutto sembrava portarmi verso lo studio di famiglia. Era il percorso naturale, sicuro.
Invece ho scelto l’azienda. Il mio primo ruolo, paradossalmente, fu proprio in amministrazione e contabilità, ciò da cui stavo scappando. Quella contraddizione mi ha dato una spinta enorme: non volevo fare un lavoro che non sentivo mio.
Ho iniziato a muovermi tra ruoli diversi fino a capire che il mio vero talento era nel marketing. A un certo punto ho smesso di attendere e sono andato dal direttore generale a chiedere di essere spostato. Non avevo esperienza, ma avevo entusiasmo e un’energia che non potevo ignorare.
Per me è stato il primo vero gesto di coraggio: chiedere il posto in cui senti che puoi esprimerti, anche se sulla carta non sei ancora “pronto”.
Chi sono stati i mentori che hanno contribuito alla tua crescita?
Ho avuto persone che hanno visto in me qualcosa prima che lo vedessi io.
La mia prima responsabile era una lavoratrice instancabile, curiosa, e mi coinvolgeva ovunque: progetti, riunioni, problemi da risolvere. È stata la mia scuola di approccio e metodo.
Poi c’è stato il direttore finanziario, diventato poi direttore generale. Da lui ho imparato cosa significa gestire, strutturare, prioritizzare. È stato un pezzo fondamentale della mia crescita.
Nel tempo ho iniziato a “rubare con onore”: colleghi, agenzie, partner. Non sono uno specialista verticale; la mia forza è imparare velocemente e riuscire a dialogare con tecnici, creativi e commerciali. È così che ho costruito il mio stile di leadership: unire mondi diversi attorno a un obiettivo.

Qual è stata la tua prima vera sfida nel marketing?
La prima grande sfida è stata in un’azienda del settore sicurezza. Il modello era fortemente product oriented: vendere ai distributori e sperare che i prodotti girassero.
Con un team abbiamo cambiato paradigma. Abbiamo iniziato a parlare direttamente con gli ospedali, gli hotel, le caserme, per capire cosa servisse davvero. Li aiutavamo a definire capitolati e soluzioni, e poi erano loro ad andare dai rivenditori chiedendo i nostri prodotti.
È stato il passaggio dal push al pull. Una lezione importante: il marketing non è spingere prodotti, ma creare le condizioni perché sia il cliente finale a desiderarli.
Qual è stato il salto più rischioso della tua carriera?
Sicuramente l’ingresso in MSC Crociere. Durante l’ultimo colloquio il direttore generale mi disse chiaramente che non mi stavano scegliendo per il mio background tecnico, ma per la mia propensione verso il digitale, un’area allora ancora poco sviluppata in azienda.
Sono stato trasparente: non ero un esperto digitale. Non costruivo piattaforme, non programmavo. Avevo però una forte curiosità e una grande passione.
Accettare quel ruolo significava gestire un budget dieci volte più grande del precedente e misurarmi con una realtà globale. È stata una scommessa reciproca, vinta con il tempo.
Cito spesso una frase del Lupo della steppa di Hermann Hesse: gli uomini non vogliono nuotare prima di saper nuotare. Ma si impara solo quando sei già in acqua. Anche nel lavoro funziona così: se aspetti di essere pronto, non ti butti mai.

Raccontami un errore o un progetto che non ha funzionato
Potrei dedicare un muro intero ai progetti non riusciti. Lavorando su innovazione è normale.
Uno dei casi più emblematici è stata la realtà virtuale nelle agenzie di viaggio, nel 2015. L’idea era far vivere la destinazione tramite un visore invece del catalogo cartaceo. All’inizio entusiasmo totale, investimenti condivisi, tecnologia nuova.
Poi il progetto si è spento. Richiedeva più formazione, più tempo con il cliente, più cambiamento. Le agenzie hanno preferito rimanere sulle abitudini consolidate. Col senno di poi, ci mancavano casi di successo forti che fungessero da traino.
Ma un progetto non riuscito non è tempo perso: ci ha posizionati come azienda innovativa, e molte idee tornano utili anni dopo. Nulla va davvero buttato.
Perché hai deciso di fare un MBA e cosa ti ha dato?
Intorno ai trent’anni ho fatto un bilancio. Stavo bene, avevo stabilità, ma quella comodità mi faceva chiedere se fosse tutto lì. Ho scelto un MBA per colmare una lacuna sul finance e per mettermi alla prova.
È stata un’esperienza dura, ma trasformativa. Mi ha dato competenze nuove, relazioni preziose e la consapevolezza che le sfide più difficili sono spesso quelle che ti cambiano di più. E ha rafforzato la mia attitudine alla cross-fertilization: guardare altri mondi e portare ciò che funziona nel nostro.
Guardando indietro, cosa avresti fatto diversamente?
La verità è che non cambierei nulla. Non perché sia andato tutto liscio, ma perché ogni scelta, anche quelle che sembravano errori, mi ha portato avanti.
Negli anni ho capito due cose. La prima: la coerenza è sopravvalutata. Si può amare la matematica e il pop, la letteratura russa e il marketing. Non serve incasellarsi.
La seconda: molte cose accadono intenzionalmente, non per caso. Ci succedono perché ci mettiamo nella condizione che possano succedere. Questo mi ha tolto molta ansia dalle scelte: vanno fatte, ma senza la pressione di scegliere “la strada perfetta”.
Il lavoro è ancora una passione per te?
Sì. Non ho mai pensato di mollare tutto, né accettato un lavoro solo per soldi. Ho imparato tanto da persone più giovani di me, e credo che il percorso professionale possa davvero migliorare la vita personale.
Non credo che il solo successo professionale renda felici. La felicità arriva quando metti il tuo talento al servizio di qualcosa che ti rappresenta e continui a restare curioso.
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