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  • Gli insegnamenti chiave di visione e leadership di Simone Dominici, CEO di Kiko Milano

    10 Dicembre 2025

    Simone Dominici ha attraversato tre mondi che raramente convivono in un’unica carriera: il largo consumo, con la disciplina dei numeri e dei processi; il lusso, dove contano sensibilità e intangibile; e infine il beauty, sintesi ideale di scienza e immaginazione.

    Oggi è CEO di Kiko Milano, un ruolo che incarna perfettamente questo equilibrio.

    La sua storia è segnata da scelte coraggiose, passaggi complessi, errori trasformati in apprendimento e una leadership profondamente orientata alle persone. Dominici ha costruito un metodo: partire dai dati per avere solidità, poi affidarsi all’intuizione per generare ciò che definisce unexpected, l’inaspettato che crea vantaggio competitivo.

    In questa intervista ripercorriamo le sfide più significative, le lezioni di marketing e gli insegnamenti di leadership che hanno definito il suo percorso.

    Qual è stata la sfida più grande della tua carriera e cosa ti ha insegnato sulla leadership?

    Una delle più complesse è stata quando Unilever mi affidò il brand Bertolli a livello globale. Dovevo creare un team internazionale in Italia e convincere talenti di culture diverse a unirsi al progetto senza percepirlo come “solo italiano”. Questo richiede ascolto attivo, sensibilità culturale e capacità di far dialogare prospettive lontane.

    Un’altra grande sfida è arrivata in Coty, nel 2018. Entravo nel beauty senza esperienza nel settore e mi ritrovavo a guidare country manager molto più senior.

    In quei contesti non puoi usare l’autorità formale: devi imparare rapidamente, comprendere il settore, e allo stesso tempo portare valore concreto alle persone che guidi.

    La leadership, in quei momenti, significa mettere gli altri nelle condizioni di vincere.

    È una lezione che vale più di molti corsi di marketing. Dovevamo aumentare la profittabilità del Cookie Snack: c’erano delle gocce di cioccolato sulla superficie che in produzione generavano molto spreco. Propongo una soluzione tecnicamente perfetta: inserirle direttamente nel gelato.

    Il prodotto funziona, i focus group lo approvano, la profittabilità sale. Ma sul mercato… crollo delle vendite.

    La verità era semplice: le persone amavano leccare le gocce di cioccolato in superficie. Avevo tolto loro il gesto che rendeva speciale quel gelato.

    La lezione è chiara: non ascoltare il consumatore per confermare la tua idea, ma per capire davvero cosa vuole. E soprattutto: non innamorarti delle tue soluzioni. Il marketing non è ottimizzare un prodotto, è proteggere un’esperienza.

    Come si conquista autorevolezza quando si guidano persone più esperte o più senior di te?

    Prima di tutto serve competenza, ma non basta. Devi essere capace di collegare punti che gli altri non vedono ancora. Quando offri una prospettiva nuova che aiuta qualcuno a performare meglio, allora nasce il rispetto.

    Un direttore generale è una persona altamente competitiva. Se tu lo aiuti a vincere, riconosce il tuo valore. È lì che nasce quella forma di amore professionale: hai contribuito a sbloccare il suo talento.

    L’autorevolezza non si impone. Si costruisce aggiungendo valore.

    Quali sono le differenze più importanti tra guidare in una multinazionale e lavorare con un imprenditore?

    Sono due mondi opposti.

    In una multinazionale esiste un’enorme infrastruttura fatta di presentazioni, processi, politica interna. A volte è quello che definisco “fare il cinema”. Devi dedicare tempo a gestire la macchina, non solo il business.

    Con un imprenditore è tutto diverso: vuole chiarezza, coerenza e esecuzione. Non gli interessa la forma, ma se fai ciò che hai promesso e se porta risultati.

    Il leader deve saper riconoscere le due logiche e muoversi di conseguenza, senza perdere autenticità.

    Quando prendi decisioni strategiche, quanto pesano i dati e quanto l’intuizione?

    Parto sempre dai dati. Mi servono come base solida, mi danno sicurezza. Ma se ti fermi all’analisi, arrivi dove arrivano tutti gli altri, perché tutti analizzano.

    La differenza la fa l’intuizione. La parte creativa che permette di immaginare qualcosa che il mercato non ha ancora visto. È per questo che il beauty è perfetto per me: tiene insieme scienza e arte.

    L’obiettivo è sempre creare qualcosa di unexpected, qualcosa che sorprende e rompe lo schema.

    Simone Dominici, CEO di Kiko Milano

    Qual è l’insegnamento principale che vorresti lasciare a chi oggi vuole crescere nel business e nella leadership?

    Investite tempo per capire il vostro talento. Non si può essere bravi in tutto. La crescita non nasce dall’eliminazione dei difetti, ma dalla valorizzazione di ciò che vi rende unici.

    Una volta individuato il talento, va nutrito con disciplina, curiosità e determinazione. Ogni giorno. E poi accettare le proprie vulnerabilità: non sono un problema, sono parte di chi sei. Un leader che riconosce i propri limiti crea fiducia e connessione.

    La differenza, nella carriera e nella vita, la fa sempre il talento.