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Super Bowl, cambia il trend degli spot: più bambini, meno animali
9 Febbraio 2026
Bambini e animali sono da sempre due pilastri della pubblicità del Super Bowl. Non comprano nulla, ma sanno vendere tutto.
Eppure, negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando.
Secondo i dati più recenti, i bambini stanno guadagnando spazio, mentre la presenza degli animali, per lungo tempo dominante, mostra segni di rallentamento.
Una tendenza che non riguarda solo le scelte creative, ma riflette un’evoluzione più profonda nel modo in cui i brand cercano di attivare empatia e costruire significato in uno degli spazi pubblicitari più rumorosi e competitivi al mondo.
Quando gli animali dominavano la scena
Per molti anni, gli animali sono stati i protagonisti indiscussi del Super Bowl.
Nel 2014 comparivano in quasi il doppio degli spot rispetto ai bambini. Alcuni di questi sono diventati veri e propri archetipi della cultura pop, come le celebri rane di Budweiser negli anni Novanta o il cucciolo di Clydesdale diventato simbolo del brand.
Gli animali funzionavano perché erano universali, immediatamente leggibili, capaci di generare simpatia senza richiedere spiegazioni. In un contesto di attenzione frammentata, erano una scorciatoia emotiva perfetta.
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Il sorpasso silenzioso dei bambini
Il primo vero cambio di passo arriva nel 2017, quando i bambini superano per la prima volta gli animali: 26% degli spot contro il 20%.
Da quel momento in poi, la presenza dei due soggetti rimane abbastanza equilibrata per diversi anni, con alcune stagioni di perfetta parità.
Poi arriva il Super Bowl 2025 e il distacco diventa evidente. Il 37% degli spot include un bambino, mentre solo il 25% presenta un animale. Un salto che non può essere liquidato come una semplice oscillazione statistica.
Secondo i dati di iSpot, proprio gli spot con bambini hanno registrato alcuni dei punteggi di likeability più alti dell’intera edizione.

Le storie che funzionano di più
Lo spot più apprezzato del 2025 è stato “Knock Out” di Pfizer, con un bambino al centro del racconto. Una storia di malattia, resistenza e ritorno a casa che ha superato del 19% la media di gradimento degli spot del Super Bowl degli ultimi cinque anni.
Anche Lay’s ha scelto una bambina come protagonista per “Little Farmer”, racconto intimo e domestico che ha ottenuto risultati sopra la media, pur senza ambizioni epiche.
Gli animali, però, non sono scomparsi. L’ennesimo Clydesdale di Budweiser ha comunque conquistato il terzo posto per gradimento, dimostrando che la formula funziona ancora. Ma il contesto in cui viene percepita è cambiato.
Bambini come veicolo di realtà
Ciò che distingue molte delle campagne recenti è il tipo di emozione che viene attivata. I bambini permettono di raccontare passaggi di vita, fragilità, trasformazioni. Sono meno simbolici degli animali e più legati a esperienze riconoscibili.
Non a caso, anche Google ha scelto un bambino per il suo spot del Super Bowl 60, in cui l’AI Gemini accompagna una madre e un figlio nel processo emotivo di un trasloco.
L’intelligenza artificiale resta sullo sfondo, mentre il centro della scena è occupato da un momento umano reale.
Gli animali diventano più solenni, meno giocosi
Curiosamente, quando gli animali compaiono negli spot più recenti, lo fanno in modo diverso rispetto al passato. Meno ironia, meno assurdo, meno stranezza. Più epica, più simbolismo, più retorica.
L’esempio più evidente è ancora Budweiser, che nel 2026 racconta la crescita di un aquilotto allevato da un Clydesdale, con toni solenni e patriottici. Un racconto potente, ma lontano anni luce dalle rane parlanti o dagli animali surreali di Quiznos.
E forse è proprio questo il punto.
Cosa ci dice questa tendenza
Il progressivo spostamento dai personaggi animali ai bambini segnala un bisogno crescente di autenticità emotiva. In un’epoca di scetticismo verso la pubblicità, il pubblico sembra rispondere meglio a storie che parlano di vita vera, anche quando sono costruite.
I bambini non sono solo “teneri”. Sono un modo per parlare di futuro, di continuità, di responsabilità. Gli animali, invece, funzionano sempre più come icone, ma fanno fatica a raccontare la complessità del presente.
Oggi, sul palco più grande della pubblicità, l’emozione passa sempre più spesso attraverso l’infanzia.
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