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  • LinkedIn limiterà la visibilità dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale

    28 Maggio 2026

    LinkedIn vuole limitare la diffusione di contenuti generati artificialmente e commenti automatizzati. Una scelta che evidenzia il rapporto sempre più ambiguo tra social network e AI generativa.

    LinkedIn vuole frenare l’invasione dei contenuti AI

    Dopo mesi passati a introdurre strumenti basati sull’intelligenza artificiale in quasi ogni sezione della piattaforma, LinkedIn sta ora cercando di rallentare un fenomeno che lei stessa ha contribuito ad alimentare: l’esplosione dei contenuti generati automaticamente.

    La società ha annunciato nuove misure per limitare la diffusione di post, commenti e profili che sembrano prodotti dall’AI senza alcun contributo umano reale.

    Una decisione che racconta molto bene il momento contraddittorio che stanno vivendo le piattaforme social. Da una parte incentivano l’uso dell’intelligenza artificiale, dall’altra cercano di contenere gli effetti collaterali di quell’utilizzo massiccio.

    La piattaforma vuole ridurre la visibilità dei contenuti “artificiali”

    Ad annunciare le novità è stata Laura Lorenzetti, Global Editorial VP di LinkedIn, attraverso un post pubblicato direttamente sulla piattaforma.

    Le nuove misure prevedono restrizioni sulla reach dei contenuti che appaiono chiaramente generati dall’AI e privi di una prospettiva personale riconoscibile. LinkedIn sta inoltre rafforzando i sistemi che identificano commenti automatizzati e attività sospette generate da bot.

    Arrivano anche nuovi filtri che permetteranno agli utenti di visualizzare soltanto contenuti pubblicati da profili verificati, nel tentativo di limitare la crescita di account falsi creati automaticamente.

    Secondo LinkedIn, l’obiettivo è preservare la qualità delle conversazioni professionali all’interno del feed.

    Il problema non è l’AI, ma il suo abuso

    Nel messaggio condiviso dalla piattaforma, Lorenzetti chiarisce che LinkedIn non è contraria all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in sé.

    La distinzione sta nel modo in cui viene utilizzata. Secondo l’azienda, l’AI può aiutare nella scrittura o nell’organizzazione delle idee, ma il valore di un contenuto dovrebbe continuare a provenire dall’esperienza, dalla prospettiva e dalla voce della persona che lo pubblica.

    Una posizione comprensibile, almeno in teoria.

    LEGGI ANCHE: LinkedIn usa l’intelligenza artificiale per rendere il feed più rilevante

    LinkedIn però continua a spingere l’uso dell’AI

    Il problema è che la piattaforma ha trascorso gli ultimi mesi a fare esattamente l’opposto.

    LinkedIn ha progressivamente inserito strumenti AI praticamente ovunque: nella creazione del profilo, nella scrittura dei post, nei messaggi, nelle candidature di lavoro e persino nei sistemi di recruiting.

    Tra le funzionalità più discusse c’è il pulsante “Rewrite with AI”, integrato direttamente nel composer dei post. Un invito esplicito a lasciare che sia l’intelligenza artificiale a riscrivere contenuti e pensieri in modo più efficace o più performante.

    Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più evidente.

    Le piattaforme vogliono l’AI, ma non troppo

    L’intelligenza artificiale nasce come strumento di supporto. Dovrebbe aiutare le persone a sviluppare idee, migliorare testi o velocizzare attività ripetitive.

    Nella pratica, però, molti utenti la utilizzano per delegare completamente il lavoro creativo e comunicativo, ed è difficile immaginare che possa andare diversamente. Se una piattaforma offre strumenti che permettono di creare post in pochi secondi, una parte consistente degli utenti finirà inevitabilmente per usarli in quel modo.

    Perché spendere tempo a scrivere un contenuto originale quando un chatbot può produrre un post “ottimizzato” per engagement, tono e struttura? LinkedIn oggi si trova esattamente dentro questo paradosso.

    LEGGI ANCHE: LinkedIn spiega come ottimizzare i post per comparire nelle risposte dei chatbot AI

    Cresce il problema dell’“AI slop”

    Negli ultimi mesi il termine AI slop è diventato sempre più diffuso online. Viene utilizzato per descrivere quella massa crescente di contenuti generici, ripetitivi e privi di reale valore umano prodotti in grandi quantità tramite strumenti AI.

    Post motivazionali indistinguibili tra loro. Commenti automatici. Thought leadership costruita con prompt standardizzati. Fenomeni che stanno trasformando molti feed social in spazi sempre più omogenei e artificiali.

    LinkedIn sembra aver capito che questo tipo di contenuto rischia di compromettere proprio ciò che rendeva la piattaforma interessante: la possibilità di leggere esperienze professionali autentiche e punti di vista personali.

    L’autenticità torna a diventare centrale

    La scelta di privilegiare contenuti provenienti da profili verificati e di limitare quelli percepiti come troppo automatizzati segnala un possibile cambio di direzione più ampio.

    Dopo una fase iniziale di entusiasmo verso l’AI generativa, le piattaforme stanno iniziando a confrontarsi con un problema molto concreto: se tutto può essere prodotto automaticamente, diventa più difficile distinguere ciò che ha davvero valore.

    Ed è probabile che nei prossimi mesi sempre più social network cerchino un equilibrio tra integrazione dell’AI e protezione delle interazioni umane.

    Anche se, almeno per ora, nessuno sembra aver capito davvero dove tracciare il confine.

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