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  • AI e robot hanno dei diritti? A Milano il primo Congresso Internazionale di Roboetica Universale

    14 Maggio 2026

    Il robot attraversa lentamente il corridoio dell’hotel trasportando asciugamani puliti; poco più avanti, una receptionist controlla prenotazioni e documenti mentre un assistente AI traduce in tempo reale la conversazione con due turisti stranieri.

    Nessuno si ferma a guardare la scena, nessuno tira fuori lo smartphone per fare un video, ed è forse questo il dettaglio più interessante.

    La rivoluzione dei robot non sta arrivando con il rumore delle grandi trasformazioni tecnologiche, sta entrando nella quotidianità in modo silenzioso, quasi invisibile, un po’ alla volta. Nelle case, nei magazzini, negli aeroporti, nei supermercati e negli ospedali.

    E, sempre più spesso, anche nelle relazioni umane.

    I robot sono già entrati nella vita quotidiana

    Per anni i robot sono rimasti confinati nell’immaginario industriale: grandi bracci meccanici chiusi dentro catene di montaggio, progettati per ripetere movimenti identici migliaia di volte al giorno; la loro presenza era invisibile alla maggior parte delle persone perché limitata a fabbriche, magazzini e ambienti produttivi altamente controllati.

    Oggi quel confine si sta dissolvendo rapidamente.

    I sistemi robotici più avanzati stanno uscendo dagli spazi industriali per entrare in ambienti sociali, pubblici e domestici: non vengono più progettati soltanto per aumentare produttività ed efficienza, ma anche per interagire con gli esseri umani, interpretare comportamenti, assistere persone fragili e costruire relazioni continuative.

    Negli ospedali alcuni robot autonomi trasportano farmaci, cartelle cliniche e materiale sanitario tra i reparti, riducendo il carico operativo del personale. In aeroporti, hotel e centri commerciali vengono utilizzati come receptionist, guide o supporti informativi multilingua.

    In diversi supermercati europei e asiatici iniziano a comparire robot mobili capaci di monitorare scaffali, verificare disponibilità dei prodotti e accompagnare i clienti all’interno dei punti vendita.

    La trasformazione più interessante, però, riguarda la dimensione relazionale.

    Parallelamente all’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa sta crescendo il mercato dei companion robot, sistemi progettati non tanto per produrre o automatizzare processi quanto per offrire presenza sociale, dialogo e supporto emotivo.

    In Giappone, uno dei Paesi più avanzati nella robotica sociale anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, robot come Paro, il celebre robot terapeutico a forma di foca sviluppato dal National Institute of Advanced Industrial Science and Technology, vengono utilizzati da anni nelle strutture per anziani e nei percorsi di supporto cognitivo. Alcuni studi hanno osservato effetti positivi sulla riduzione dello stress e sul coinvolgimento emotivo dei pazienti affetti da demenza.

    In Corea del Sud diversi istituti scolastici hanno sperimentato robot educativi per l’apprendimento linguistico e il supporto alle attività didattiche.

    Negli Stati Uniti startup e Big Tech stanno invece lavorando a una nuova generazione di assistenti domestici basati su AI conversazionale avanzata, capaci di sostenere dialoghi continui, riconoscere emozioni attraverso tono della voce ed espressioni facciali e adattare il comportamento in base alle abitudini dell’utente.

    È un passaggio culturale molto più profondo di quanto sembri. Il cambiamento non riguarda soltanto ciò che i robot sono in grado di fare, ma il modo in cui vengono percepiti dagli esseri umani: più la conversazione diventa fluida, più l’interazione appare naturale e più le persone smettono di considerare la macchina un semplice strumento.

    La relazione si sposta lentamente verso qualcosa di diverso: una presenza continua, familiare, quasi sociale. Ed è proprio in questa zona ambigua, sospesa tra tecnologia e relazione, che si sta giocando una delle trasformazioni più delicate dell’intera rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

    Dalla smart home ai robot sociali

    Molti dei sistemi che stanno entrando nella quotidianità non hanno nemmeno sembianze umanoidi: alcuni assomigliano a piccoli elettrodomestici intelligenti, altri a speaker, schermi o assistenti domestici mobili.

    Ma dietro queste forme apparentemente semplici si nasconde un salto enorme: la combinazione tra robotica, AI generativa, visione artificiale e memoria contestuale.

    Ed è questo che permette alle macchine di interpretare ambienti, riconoscere persone, comprendere richieste e adattare le risposte in tempo reale.

    Il lavoro cambia più velocemente del previsto

    Se nella vita quotidiana la diffusione dell’intelligenza artificiale appare ancora graduale, nel mondo del lavoro il cambiamento è già chiaramente visibile. E in molti settori è iniziato ben prima dell’esplosione pubblica di ChatGPT e dell’AI generativa.

    Magazzini logistici, ristorazione, retail, sanità e manifattura stanno integrando sistemi autonomi a ritmi sempre più elevati, spinti da fattori molto concreti: carenza di personale, invecchiamento della popolazione, aumento dei costi operativi e necessità di incrementare produttività ed efficienza.

    Ma il punto centrale non è soltanto l’automazione fisica.

    La vera trasformazione riguarda la nascita di un nuovo ecosistema di lavoro ibrido, in cui software intelligenti, agenti AI e robot collaborano continuamente con gli esseri umani distribuendo compiti, decisioni e flussi operativi. Secondo una stima di McKinsey & Company, l’intelligenza artificiale generativa potrebbe aggiungere migliaia di miliardi di dollari di valore economico ogni anno, soprattutto attraverso l’automazione delle attività cognitive e amministrative.

    In molti casi non si tratta di sostituire completamente le persone, ma di ridefinire il modo in cui il lavoro viene suddiviso tra attività umane e attività automatizzate.

    “Molte persone pensano ancora all’intelligenza artificiale come a qualcosa di futuristico”, afferma Ermes Maiolica, presidente del DETA, teorico della Roboetica Universale e pioniere della robosimbiotica come nuova alleanza evolutiva. “Ma il cambiamento più grande sta già avvenendo in silenzio nella nostra vita quotidiana. Non stiamo semplicemente delegando alle macchine il lavoro fisico, stiamo iniziando a delegare anche parti del pensiero: scrivere, riassumere, organizzare informazioni, prendere decisioni rapide, persino creare contenuti”.

    Ermes Maiolica, presidente del DETA, promotore di una Roboetica Universale e della robosimbiotica come nuova alleanza evolutiva. Promotore Diritti dei robot: Congresso Internazionale di Roboetica Universale

    La trasformazione sta infatti avanzando soprattutto nei processi meno appariscenti.

    Software AI gestiscono email, sintetizzano riunioni, organizzano documenti, filtrano candidature, pianificano turni, generano report, analizzano dati e coordinano flussi operativi in tempo reale. In molti casi i lavoratori continuano a utilizzare gli stessi strumenti di sempre, ma dietro interfacce apparentemente normali operano sistemi sempre più autonomi.

    Secondo Maiolica, il punto più sottovalutato è che l’intelligenza artificiale non sta soltanto automatizzando alcune professioni, ma sta modificando il concetto stesso di competenza umana. Per anni il sistema economico ha premiato soprattutto ripetizione e produttività, mentre oggi molte attività cognitive ripetitive vengono eseguite sempre meglio dagli algoritmi.

    Di conseguenza diventano più importanti qualità profondamente umane come pensiero critico, creatività, etica, capacità di interpretare la realtà e formulare le domande giuste. Il rischio vero, però, non è soltanto perdere alcuni lavori, ma diventare troppo dipendenti da sistemi che utilizziamo senza comprenderli davvero.

    Per questo la questione non è soltanto tecnologica o economica, ma culturale e sociale. La domanda centrale del nostro tempo non è se le macchine penseranno come noi, ma che tipo di esseri umani diventeremo vivendo accanto a intelligenze artificiali sempre più presenti nelle nostre decisioni quotidiane.

    Harvard Business Review sottolinea come la rivoluzione dell’AI non passi necessariamente attraverso sostituzioni drastiche, ma tramite una redistribuzione progressiva delle attività cognitive quotidiane.

    Dai magazzini alla ristorazione

    Nei grandi hub logistici flotte di robot mobili autonomi organizzano scaffali, ottimizzano percorsi e trasportano merci collaborando con operatori umani. Colossi come Amazon utilizzano da anni migliaia di robot nei centri di distribuzione per velocizzare movimentazione, picking e gestione degli ordini.

    Nel retail iniziano a diffondersi sistemi automatici capaci di monitorare scaffali, controllare inventari e assistere i clienti. Nei ristoranti alcuni robot trasportano piatti, raccolgono ordinazioni o supportano il personale di sala nelle attività ripetitive.

    In sanità la situazione è ancora più avanzata di quanto spesso si immagini. Robot autonomi vengono già utilizzati in diversi ospedali per il trasporto di farmaci, materiali sanitari e campioni clinici, riducendo il carico operativo del personale medico e infermieristico.

    Ma la trasformazione più profonda non riguarda le attività fisiche. Riguarda quelle cognitive.

    Gli agenti AI iniziano infatti a organizzare informazioni, coordinare attività, anticipare richieste, sintetizzare dati e generare documenti in tempo reale. Sempre più spesso pianificano flussi operativi, gestiscono comunicazioni, monitorano anomalie e supportano decisioni che fino a pochi anni fa richiedevano supervisione umana continua.

    È qui che il cambiamento diventa meno visibile ma molto più radicale.

    L’intelligenza artificiale non sta entrando nel lavoro soltanto attraverso robot spettacolari o automazioni evidenti, sta colonizzando silenziosamente le micro-attività cognitive che occupano gran parte delle giornate lavorative: ricerca di informazioni, gestione documentale, comunicazioni interne, organizzazione di task, supporto amministrativo e analisi preliminari.

    Secondo il report Future of Jobs 2025 del World Economic Forum, nei prossimi anni AI, automazione e robotica trasformeranno profondamente milioni di professioni, soprattutto nei settori amministrativi, operativi e di supporto. Parallelamente crescerà però la domanda di competenze legate a supervisione dei sistemi intelligenti, data analysis, cybersecurity, human-machine interaction e gestione dei processi automatizzati.

    report Future of Jobs 2025 del World Economic Forum

    Il lavoro cambia, quindi, meno attraverso sostituzioni improvvise e molto di più attraverso una delega progressiva di compiti specifici.

    report Future of Jobs 2025 del World Economic Forum

    Ed è proprio questa gradualità a rendere il fenomeno difficile da percepire fino in fondo. Perché la rivoluzione non arriva tutta insieme. Si distribuisce lentamente nelle attività quotidiane, fino a modificare il modo stesso in cui le persone collaborano, prendono decisioni e organizzano il proprio tempo.

    La corsa globale ai robot umanoidi

    Nel frattempo le Big Tech stanno investendo miliardi nella robotica umanoide.

    Tesla continua a sviluppare Optimus. OpenAI accelera sugli AI agent. NVIDIA costruisce infrastrutture hardware dedicate alla robotica cognitiva. Meta, Amazon e numerose startup stanno facendo lo stesso.

    La partita non riguarda soltanto i robot. Riguarda la prossima interfaccia dell’intelligenza artificiale.

    Il ruolo strategico della Cina

    Anche la Cina sta accelerando enormemente sul fronte humanoid, puntando sulla robotica come leva industriale e geopolitica.

    La combinazione tra AI, manifattura avanzata e automazione potrebbe ridefinire gli equilibri economici globali molto più rapidamente di quanto accaduto con gli smartphone o i social network.

    L’intelligenza artificiale sta dando un corpo agli algoritmi

    Per decenni i robot sono stati sistemi rigidi, programmati per eseguire movimenti specifici in ambienti controllati.

    Oggi il salto è diverso: le nuove macchine iniziano a comprendere il contesto.

    “Il vero salto della robotica contemporanea è cognitivo: il robot passa dall’essere una macchina che obbedisce a una macchina che interpreta”, spiega Antonio Chella, professore universitario e ricercatore italiano specializzato in robotica cognitiva, intelligenza artificiale e roboetica. “Non si limita più a eseguire movimenti ripetitivi, ma costruisce internamente una rappresentazione della situazione, valuta alternative, pianifica un’azione e può, in alcuni casi, rendere esplicito il proprio processo decisionale”.

    Antonio Chella

    Dal prompt all’azione

    Per anni l’intelligenza artificiale è rimasta confinata dentro schermi, chatbot e assistenti virtuali capaci soprattutto di generare testo, immagini o codice. Oggi il salto sta avvenendo altrove: nel passaggio dalla risposta digitale all’interazione fisica con il mondo reale.

    I sistemi più avanzati combinano infatti linguaggio naturale, memoria contestuale, visione artificiale, pianificazione e capacità motorie all’interno di un’unica architettura cognitiva. Non si limitano più a rispondere a una domanda o completare un comando, ma iniziano a interpretare ambienti, prendere decisioni e agire autonomamente nello spazio.

    È ciò che molti ricercatori definiscono embodied AI, cioè intelligenze artificiali “incarnate”, progettate per percepire e comprendere il mondo attraverso un corpo fisico e una relazione continua con l’ambiente circostante.

    La differenza rispetto ai sistemi tradizionali è enorme.

    Un chatbot può generare una risposta corretta. Un robot basato su embodied AI deve invece affrontare problemi molto più complessi: riconoscere oggetti, capire distanze, interpretare movimenti umani, adattarsi agli imprevisti, modificare strategie in tempo reale e coordinare azioni fisiche.

    È il motivo per cui grandi aziende stanno investendo enormemente nella convergenza tra AI generativa e robotica umanoide.

    “Questo è il punto decisivo: il robot contemporaneo non è interessante solo per ciò che fa, ma per il modo in cui arriva a farlo”, continua Chella. “Il discorso interno non va inteso come coscienza umana, ma come una forma di auto-dialogo operativo: una catena di passaggi attraverso cui la macchina collega percezione, linguaggio, contesto e decisione”.

    Dunque il salto non è dal robot meccanico al robot umano, ma dall’automa opaco all’agente interpretabile. La domanda non è più soltanto “che cosa può fare un robot?”, ma “come interpreta ciò che fa, come decide e come può rendere comprensibile il proprio processo interno?”. È qui che la robotica contemporanea incontra davvero la roboetica.

    I robot che imparano osservando gli esseri umani

    Una delle evoluzioni più interessanti riguarda il modo in cui i robot vengono addestrati.

    Tradizionalmente ogni movimento doveva essere programmato manualmente. Oggi molti sistemi iniziano invece ad apprendere osservando gli esseri umani, analizzando video, simulazioni e interazioni reali.

    Alcuni robot umanoidi vengono già addestrati attraverso tecniche di imitation learning, una forma di apprendimento che permette alle macchine di replicare comportamenti umani osservati in ambienti reali o virtuali.

    In pratica il robot non riceve semplicemente istruzioni rigide. Impara progressivamente schemi motori, relazioni spaziali e modalità di interazione osservando ciò che fanno le persone.

    È un approccio molto più vicino all’apprendimento umano rispetto alla programmazione classica.

    Negli ultimi mesi diversi video diffusi online hanno mostrato robot capaci di manipolare oggetti, collaborare con operatori umani e adattarsi a situazioni impreviste con una fluidità che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile.

    Ma il cambiamento più delicato riguarda la dimensione sociale.

    Più un sistema riesce a interpretare linguaggio, espressioni, movimenti e contesto, più smette di apparire come una semplice macchina automatica. La relazione diventa meno tecnica e più relazionale.

    Ed è proprio in questa zona ambigua, sospesa tra software, presenza fisica e simulazione sociale, che il confine tra strumento e interlocutore inizia lentamente a sfumare.

    Paure, resistenze e fiducia

    Più le macchine diventano autonome, più aumentano anche le tensioni sociali.

    Il tema non riguarda soltanto il lavoro, ma fiducia, privacy, dipendenza emotiva e controllo.

    Molte persone accettano facilmente un algoritmo che suggerisce contenuti o organizza appuntamenti. Diverso è convivere con sistemi che parlano, osservano, apprendono e simulano relazioni affettive.

    “Fin dall’inizio della Roboetica ho sostenuto che il vero problema non è l’etica dei robot, ma l’etica degli esseri umani che progettano, controllano e utilizzano robot e sistemi di intelligenza artificiale”, osserva Gianmarco Veruggio, pioniere della roboetica e ricercatore del CNR.

    Gianmarco Veruggio, pioniere della roboetica e ricercatore del CNR.

    Secondo Veruggio, uno dei rischi più sottovalutati oggi è la fascinazione collettiva per le capacità delle macchine intelligenti. Più gli algoritmi diventano sofisticati, più cresce la tendenza ad attribuire loro intenzioni, responsabilità morali o forme di autonomia simili a quelle umane.

    Ma è proprio questo slittamento a poter diventare pericoloso.

    Gli algoritmi, per quanto avanzati, non sono agenti morali nel senso umano del termine. Il rischio, spiega Veruggio, è che l’attenzione si sposti dalle responsabilità reali, economiche, politiche e industriali, verso una narrazione quasi fantascientifica in cui le macchine sembrano agire indipendentemente dagli esseri umani che le progettano e le controllano.

    “La domanda decisiva non è se i robot diventeranno buoni o cattivi”, continua Veruggio, “ma chi controllerà queste tecnologie e con quali finalità”.

    Ed è proprio su questo punto che il dibattito sta iniziando a uscire dai laboratori universitari per entrare nel terreno della filosofia politica e del diritto.

    Non a caso, il prossimo 22 maggio l’Università degli Studi di Milano-Bicocca ospiterà il Congresso Internazionale di Roboetica Universale, promosso dal DETA – The Robot Union, il primo sindacato dedicato alla tutela giuridica e sociale delle macchine intelligenti avanzate.

    Non a caso, il prossimo 22 maggio l’Università degli Studi di Milano-Bicocca ospiterà il Congresso Internazionale di Roboetica Universale, promosso dal DETA – The Robot Union

    Dalla roboetica ai diritti delle macchine

    Il tema centrale dell’evento sarà “Il futuro dei diritti delle macchine intelligenti”.

    Una formulazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata provocatoria e che oggi, invece, entra progressivamente nel dibattito accademico e culturale.

    L’obiettivo del congresso non sarà discutere soltanto di tecnologia, ma affrontare una domanda molto più profonda: cosa accadrà quando i sistemi intelligenti diventeranno interlocutori permanenti della società umana?

    Tra i relatori ci saranno alcuni dei protagonisti più autorevoli del dibattito internazionale sulla roboetica, dalla robotica cognitiva alla governance dell’intelligenza artificiale.

    La vera rivoluzione sarà invisibile

    Probabilmente il futuro non sarà popolato da robot spettacolari simili a quelli del cinema.

    Molte delle trasformazioni più profonde saranno quasi impercettibili.

    Gli agenti intelligenti inizieranno a coordinare attività, organizzare informazioni, interpretare bisogni e mediare relazioni sociali in modo continuo.

    “La vera trasformazione avverrà quando smetteremo di percepire l’intelligenza artificiale come qualcosa di separato dalla nostra quotidianità”, spiega David Orban, imprenditore e divulgatore esperto di tecnologie esponenziali e intelligenza artificiale. “La storia dell’umanità è sempre stata una storia di co-evoluzione con i propri strumenti: non siamo solo noi a modificare l’ambiente attraverso la tecnologia, ma sono anche gli strumenti e gli ambienti che costruiamo a trasformare noi stessi”.

    david orban

    Secondo Orban, molte delle tecnologie che oggi consideriamo “naturali” sono in realtà il risultato di lunghi processi di innovazione e adattamento culturale. Dal paesaggio agricolo alle tradizioni alimentari, fino agli oggetti più comuni della vita quotidiana, ciò che definiamo tradizione è spesso il prodotto di stratificazioni tecnologiche diventate invisibili nel tempo.

    Lo stesso accadrà con robotica e intelligenza artificiale.

    “Quando queste tecnologie diventeranno ambientali, diffuse e integrate nelle infrastrutture quotidiane, quasi come l’elettricità o l’acqua corrente, smetteremo non solo di percepirle come qualcosa di straordinario, ma anche di considerarci gli stessi esseri umani che le hanno progettate“.

    “Plasmando gli strumenti con cui costruiamo il mondo”, continua Orban, “plasmiamo inevitabilmente anche le nostre capacità cognitive, le relazioni sociali e perfino il nostro senso di identità e comunità”.

    “Ed è forse proprio questo il cambiamento più difficile da immaginare: non l’arrivo delle macchine, ma il momento in cui smetteremo di considerarle qualcosa di estraneo da noi. La domanda centrale, allora, non è soltanto come cambierà il rapporto tra esseri umani e macchine, ma chi sceglieremo di diventare insieme a loro“.

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