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  • Google ad agosto ha riscritto i link

    23 Settembre 2026

    Il rollout degli URL di passaggio google.com/goto è stato confermato il 26 agosto. Letto da solo è un dettaglio tecnico. Letto in sequenza con quello che era successo cinque settimane prima in un tribunale della California, è qualcosa d’altro.

    Partiamo dai fatti, perché su questa storia stanno circolando diverse imprecisioni che vale la pena non ereditare.

    Il link cliccabile di un risultato di ricerca non punta più direttamente alla pagina di destinazione. Punta a un indirizzo google.com/goto con la destinazione codificata dentro un parametro, e un redirect lato server porta poi il browser sulla pagina. Il primo avvistamento pubblico documentato è del 23 giugno 2026, i test sono stati riportati tra giugno e luglio, e il 26 agosto Google ha confermato che si stava passando a un rollout molto più ampio.

    Prima correzione: si legge spesso che la destinazione sarebbe “cifrata”. Non lo è. Il token si decodifica in una struttura protobuf con due soli campi, un marcatore di versione e un blocco di poco più di ottanta byte in cui non c’è niente di leggibile: nessun dominio, nessun percorso… e nessun testo in chiaro.
    Non è materiale protetto da una chiave, è un identificatore opaco. Non lo si ricostruisce lato client perché la destinazione lì dentro non c’è, non perché serva decrittarla.

    Seconda correzione, e serve a ridimensionare: l’indirizzo di destinazione continua a comparire come testo sotto il titolo del risultato. Sparisce dall’anchor, non dalla pagina. E la sostituzione non riguarda tutti allo stesso modo: sulle sessioni non autenticate si riproduce in modo affidabile, da loggati può esserci o non esserci.

    Per chi cerca, quindi, non cambia praticamente nulla. Sul tuo sito non c’è niente da implementare: nessuna regola di redirect, nessun canonical da toccare.

    Chi paga il conto

    Cambia tutto, invece, per qualsiasi cosa legga una pagina di risultati in modo programmatico. Rank tracker, piattaforme SERP (Search Engine Results Page), strumenti di competitive intelligence.

    L’aritmetica è la sostanza della vicenda. Prima, una singola richiesta restituiva una pagina intera di destinazioni, tutte scritte in chiaro nell’HTML. Adesso ogni destinazione va risolta seguendo il proprio redirect, uno per uno. Nozzle ha stimato tra 500 e 1.000 richieste per risolvere un ranking su cinque pagine di risultati. Su scala industriale non è un fastidio: è un moltiplicatore di costo che decide quali strumenti restano economicamente sostenibili e quali no.

    Nell’immediato, la conseguenza pratica per chi lavora è banale e va detta senza drammi: nelle prossime settimane i dati di rank tracking potrebbero assottigliarsi mentre i fornitori si adattano.

    La sequenza

    Qui va fatta una premessa di onestà. Google non ha collegato pubblicamente le due cose. L’intero record ufficiale sul redirect è una frase di un portavoce, che parla di un lungo storico di misure tecniche contro forme di abuso in evoluzione e di iniziative per proteggere servizi e utenti. Quella frase non nomina lo scraping, né i rank tracker, né i motori AI, né alcuna causa in corso. Non c’è un post sul blog, non c’è una nota su Search Central, non c’è una pagina di aiuto.
    Semplicemente però il 26 agosto Google conferma il rollout del redirect.

    Cinque settimane separano una pronuncia che dice “questi dati non sono tuoi” da una modifica architetturale che rende quei dati molto più costosi da raccogliere. Non serve postulare un rapporto di causa per riconoscere il senso della sequenza: quando una rivendicazione non regge in giudizio, resta la possibilità di ottenere lo stesso risultato cambiando come è fatta la pagina. Il diritto discute chi possiede cosa. L’HTML decide chi riesce a leggerlo.

    Il terzo movimento

    E qui la vicenda smette di essere una notizia per addetti agli strumenti.

    Guardiamo cosa è successo negli ultimi mesi, in ordine. Nel report generativo di Search Console vediamo le impression delle nostre pagine dentro le risposte AI, ma non i click, non il CTR (Click-Through Rate), non le query: sappiamo di esserci, non sappiamo quanto renda. Le citazioni video ci portano visibilità dentro le risposte e traffico che finisce su YouTube, dove il valore lo misura qualcun altro. È anche sparito il parametro num=100, che consentiva di leggere cento risultati in una sola chiamata. Adesso l’indirizzo di destinazione esce dall’HTML del risultato.

    Sono quattro movimenti indipendenti, con ragioni tecniche (e legali) diverse, che vanno tutti nella stessa direzione: la misurabilità della ricerca si sta spostando dalle nostre mani a quelle di chi la ricerca la gestisce. È una traiettoria e ha una conseguenza operativa concreta.

    Ogni strategia che poggia su dati di terze parti sulla SERP – vedi posizionamenti, share of voice, monitoraggi competitivi… – poggia su un terreno che qualcuno può modificare senza preavviso e senza doverne rendere conto. È già successo con num=100, sta succedendo ancora. I dati che restano davvero tuoi sono quelli che passano dalle tue property: Search Console, analytics, log di server, click a pagamento.

    Non è un invito a smettere di usare gli strumenti. È un invito a sapere quanta parte della propria capacità di misurare è in affitto.

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