Norwegian Consumer Council spiega con ironia l’enshittification delle piattaforme digitali
Perché lo stop di Meta alle ADS politiche in Europa è un boomerang per la democrazia
20 Ottobre 2025
In un annuncio che ha scosso il panorama della comunicazione politica, Meta ha deciso di sospendere da ottobre 2025 la possibilità di pubblicare annunci sponsorizzati su temi sociali, elettorali e politici in tutta l’Unione Europea.
Una risposta diretta al nuovo regolamento UE Transparency and Targeting of Political Advertising (TTPA), che impone requisiti particolarmente stringenti per le pubblicità social, così stringenti da rendere praticamente impossibile il lavoro delle piattaforme e degli inserzionisti.
Il nuovo regolamento TTPA e le sue conseguenze per le piattaforme
Questa decisione della multinazionale americana arriva in un momento critico, con elezioni nazionali in vista in diversi Paesi e un dibattito acceso sul ruolo dei social media nella formazione dell’opinione pubblica.
L’eccesso regolatorio di Bruxelles continua a colpire il mondo digitale, dopo il celebre GDPR e il discusso, e ben più recente, Digital Services Act (DSA). Motivandole come un contrasto alla disinformazione e all’interferenza straniera, le ennesime norme continentali impongono obblighi complessi, tra cui verifiche dettagliate sulle ads e sulle identità di chi è promotore, su chi finanzia e altri numerosi step burocratici.
Il contesto di eccesso normativo
Il risultato di tutta questa regolamentazione?
Aziende come Meta preferiscono ritirarsi piuttosto che navigare in acque tanto regolamentate e complesse. E non è un caso isolato: anche Google e TikTok hanno annunciato restrizioni simili, segnalando un trend in cui i colossi digitali optano per l’uscita dal mercato europeo pur di evitare rischi legali e operativi.
Una mossa strategica per fare pressione su Bruxelles
A questo proposito, abbiamo chiesto un parere al prof. Luigi Di Gregorio, docente di campaign management, consulente di comunicazione strategica e autore di War Room. Attori, strutture e processi della politica in campagna permanente: “È verosimile che, contro il TTPA, ci potranno essere sfide legali, che richiameranno il principio della libertà di espressione. Sono convinto che Meta abbia fatto questa scelta anche in ottica di pressione verso il decisore comunitario”.

Ma la fuga di Meta comunque non è una buona notizia, né per i candidati alle cariche elettive né per gli utenti. Il danno più profondo lo subiscono non tanto i frontrunner del circo politico, bensì chi sta ancora costruendo la propria community; per i politici di vecchio corso e i partiti già consolidati la perdita delle ads è un fastidio, non una catastrofe.
Al contrario, nuovi candidati, movimenti emergenti o attivisti indipendenti troveranno invece maggiori difficoltà a promuoversi e far conoscere le proprie idee senza poter contare su una strategia di advertising strutturata.
Continua Di Gregorio: “L’opinione pubblica, ormai, si forma in larga parte sui social e se il TTPA dovesse essere confermato così com’è porterebbe a un cambiamento notevole per la comunicazione politica: dovendo puntare solo sulla portata organica dei post, i candidati, anche quelli che comunicano allo stesso modo da dieci anni, sarebbero costretti a investire sulla qualità del contenuto, nel senso dell’efficacia virale, per rendere ogni post più aderente alle aspettative digitali degli utenti-elettori.
Parallelamente, come accade per i brand commerciali, si aprirebbe anche la strada dell’utilizzo di micro-influencer che potrebbero aiutare a fare passare certi messaggi per vie indirette. Dubito che vi sarà un ritorno ai vecchi strumenti”.
Tuttavia, se non ci saranno modifiche né battaglie legali, il risultato finale è prevedibile: una cristallizzazione della comunicazione politica che finirà per favorire lo status quo, rendendo più difficile l’ingresso di voci fresche e innovative.
In un’era in cui la democrazia digitale dovrebbe promuovere facce nuove, il TTPA rischia solo di limitare il pluralismo e rendere più prevedibili le competizioni elettorali.
È questo il prezzo da pagare per una maggiore trasparenza? O stiamo assistendo a un boomerang regolatorio che, invece di proteggere la democrazia, la rende più monolitica e meno accessibile?
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